renzo paris - eneabiumi

Vai ai contenuti

renzo paris

RENZO PARIS "PASOLINI RAGAZZO A VITA" (ELLIOT EDIZIONI, 2015)

Inizia a Casarsa, in una fredda giornata ventosa e davanti alle tombe di una madre e di suo figlio, il libro di Renzo Paris. Lì riposano vicini Susanna Colussi e Pier Paolo Pasolini. Paris, scrittore e critico, ha frequentato nel periodo dal 1966 al 1975, anno della morte, il poeta de "Le ceneri di Gramsci" e da questa esperienza diretta nasce la testimonianza finalizzata a fissare nella memoria collettiva ricordi personali che coinvolgono molti personaggi di una certa "famiglia" romana decisamente attiva in quegli anni. Qui si determina già un dato estraneo agli aspetti specifici della scrittura che riguarda i libri a carattere biografico dedicati a nomi divenuti, per motivi diversi, una sorta di icone, e scritti da chi quei nomi ha conosciuto direttamente. Nel caso specifico, il profilo magnetico della personalità di Pasolini e, ancor di più, la sua tragica e ancora misteriosa fine violenta all'idroscalo di Ostia, hanno impedito a chi gli era stato vicino una serena, sempre ammesso che sia possibile, elaborazione del lutto. Ma hanno inoltre portato tutti coloro che da quel "mito" si sono visti in qualche modo sfiorati, alla convinzione di essere comunque specifici testimoni di qualcosa di significativo, nonché unici estensori di una luce riflessa. Il dato anche banale, l'episodio quotidiano si caricano quindi di una valenza ulteriore, nella prospettiva di significazioni che diventano appartenenza privilegiata ad una grande storia. Questo ovviamente impedisce, di fatto, una valutazione degli elementi se non distaccata, almeno adeguatamente equilibrata. A tale prevedibile deriva sfugge, per lo più, l'opera di Renzo Paris "Pasolini ragazzo a vita". Proprio perché, in questo edito, lo schema non è prefissato; l'autore si mette in gioco con una sincerità diretta e si pone corpo tra i luoghi e gli spazi, molti dei quali visitati da Pasolini. Lo fa con osservazioni lucide e amare, con una critica verso il consumismo ormai globale, dicendosi "un crepuscolare...un cane legato al nulla...a cui piace star solo", ben sapendo però che anche qui, come diceva il poeta corsaro, bisogna essere molto forti per amare la solitudine. E la riflessione diretta sugli spunti e sui luoghi si concentra all'inizio negli spazi dell'India che Pasolini aveva visitato negli anni Sessanta, immergendosi in una realtà nella quale forse, come diceva Moravia, si identificava senza accettare. Paris ci parla del suo personale contatto con il grande paese asiatico, avvenuto in tempi diversi, sulle orme pasoliniane. Fotogrammi di Delhi, del Rajasthan, di Agra, di Bombay, scorrono nel confronto con i particolari anche più umili. E chi scrive questo commento non può non pensare immediatamente anche ad un proprio percorso, concretizzatosi in un titolo adeguato e opposto in un certo senso ("In odore di terre") che aveva come parte centrale proprio un itinerario indiano realizzato nei primi anni Novanta del secolo passato. L'effervescenza, il colore, la delicatezza, la violenza dei corpi ancora emergono proprio nel coniugare questa esperienza tattile con le seduzioni del possibile e con la verifica delle cadute, l'inesorabile perdita degli attimi che rivela la mancata o illusoria innocenza delle cose. E poi ci sono altri luoghi, come quelli di una Roma in cui ci si muoveva alla ricerca di figure che rappresentavano un certo tipo di affermazione intellettuale e letteraria...ecco dunque il bar Rosati, ad esempio, in Piazza del Popolo dove, oltre a Pasolini, si potevano incontrare Gadda, la Morante, Moravia, Monicelli. Renzo Paris, con rapidissime pennellate, innesta i confronti con la vita irripetibile della città di allora e la realtà di estrema decadenza di oggi. I dibattiti sul Sessantotto, la politicizzazione del privato, il giovanile bisogno di figure già pubbliche a cui riferirsi, le polemiche su borghesia, comunismo, neoavanguardia; stagioni dove il confronto e più spesso lo scontro sembrava ancora poter avere un suo senso specifico e nel quale non si era rivelata la deriva utopistica che dimostrerà a molti, secondo chi scrive questa nota, quanto nefasta sia stata comunque la pretesa ideologica stessa di una critica che, anche nel campo letterario, intendesse basarsi su linee militanti di accentuazione contenutistica. Ma quello che più si delinea nel lavoro di Paris è il tratteggio della figura del Pasolini degli ultimi anni. Una personalità che appare consapevole della caduta inesorabile di una serie d'illusioni, la stessa Roma già drammaticamente cambiata e finita, il comunista che diventa borghese, lo svelarsi in estrema violenza di quella che si era interpretata come un'apparente purezza. Una solitudine da crepuscolo che lasciava intravedere forse una sola ultima speranza o nuova illusione...l'Africa, quasi possibilità estrema di una fuga da tutto. Un poeta che si sentiva già postumo e che scriveva su di un foglietto in forma d'appunto "il mondo non mi vuole più e non lo sa". Renzo Paris ci conduce alla visione attenta dei ricordi personali legati alla frequentazione di Laura Betti e alla collaborazione sviluppata già dai primi anni seguenti alla morte dello scrittore, per la realizzazione dell'archivio, in seguito Fondo, a lui dedicato. Ciò riporta alla memoria le immagini vivide della grande cucina che rappresentava, nella casa dell'attrice definita "vedova fallica", il cuore di una serie d'incontri conviviali tra figure rappresentative del mondo culturale romano di allora. E poi Paris ci parla di una sorta di reliquia laica che ancora conserva...il dattiloscritto di "Affabulazione", opera pasoliniana, dramma censurato dall'autore stesso che affronta una versione del rapporto padre-figlio, altra dunque rispetto al tema edipico classico, esternando nel suo impianto tutta la fortissima fisicità e sensualità, nello stesso tempo delicata e violenta, personale e sofferta, nonché il dialettico coinvolgimento nella potenzialità e seduzione del giovane corpo maschile. Uno scrittore, un intellettuale non può certo essere mai veramente etichettato come spesso ha voluto tanta miope critica per semplificarsi l'operato, e meno ancora ciò sarebbe giustificato nel caso di una personalità così eclettica come quella di Pasolini; certo, l'identità della sua tendenza sessuale lo ha portato a ingigantire la passione in forme di vera e propria ossessione, caratterizzandone non solo propriamente l'opera, ma esprimendone una effettiva visione culturale e antropologica. L'omosessualità non è quindi in lui soltanto una tendenza sessuale che avrebbe dovuto, e ancora non è così nemmeno oggi, meritare la dignità di ogni altro orientamento che escluda una violenza imposta, ma si accresce di esplicite valenze a segnare un certo modo di valutare gli stessi esiti delle lotte sociali, dei ruoli applicabili alla rappresentazione che un contesto rivela. Fame d'amore e fame di vita vengono identificate e portate al loro estremo baluardo, in una lotta dove si gettano in campo aperto non solo le opere ma anche direttamente i corpi. Ed è ancora un corpo, quello martoriato di Pasolini all'idroscalo di Ostia, ritrovato la mattina del 2 novembre 1975, a parlarci di sacrificio alla libertà del proprio voler vivere pienamente, a rappresentare l'insondabile durezza dello scontro, l'infinita pietà di un martirio laico. Quello che accomuna, in una lettura critica, certe posizioni di due osservatori appartenenti a generazioni diverse come Pasolini e Paris, è però l'dea di una sostanziale rivoluzione mancata, tradita dal comportamento del PCI, dalla deriva dei movimenti, dalla reazione capitalistica, dalla globalizzazione. Ma il punto è...quale rivoluzione avrebbe potuto portare ad una società migliore? Se la base di un percorso centrato sulla traccia antifascista doveva necessariamente condurre a qualche sbocco di sapore marxista-leninista o maoista, se il dato politico doveva comunque e in ogni modo riferirsi ad un impianto ideologico di tipo comunista, allora l'esito di un cambiamento sarebbe forse stato disastroso come il suo opposto. Quello che è avvenuto,infine, sul piano estetico, è la messa all'angolo dell'approccio propriamente stilistico, favorendo esiti dettati non da caratteri testuali ma da militanze comunque ideologiche di un certo tipo e indirizzo. Altro forse il mistero dell'uomo richiede, altro l'esercizio della riflessione teoretica impone per poter giungere ad una svolta dove, secondo chi scrive questa nota, l'origine e il senso letterario siano in una stilistica filosofica. "Pasolini ragazzo a vita" di Renzo Paris si conclude quasi cinematograficamente su di un orizzonte africano e su un sogno che vuole, in tutti i modi, allontanare, almeno nell'illusione, quell'evento luttuoso per trasformarlo in altro proprio perché, se è vero che Pasolini dichiarava provocatoriamente di non avere più speranze, proprio quella speranza rimane comunque ontologicamente innestata in ogni uomo che, rendendosi conto del proprio limite, deve ammettere che per comprenderlo è necessario che esso non sia il tutto, ma altro si prospetti.



Torna ai contenuti